“La folla non ha legittimità” di fronte al “popolo che si esprime attraverso gli eletti”. Il Presidente Emmanuel Macron ha così risposto alla “jacquerie” popolare che sta reagendo, anche con la violenza, alla sua ferma volontà di riformare le pensioni, innalzando la soglia d’uscita da 62 anni a 64. Una questione tutta politica è derubricata a problema formale. La legittimità del potere è risolta nella legalità delle procedure democratiche. Le elezioni, secondo la dottrina Macron, danno voce al popolo. Oltre c’è una folla informe priva di legittimità. La stessa Carta italiana assegna la sovranità al popolo, precisando che la esercita “nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”. Per il Presidente Macron, però, gli eletti ad avere titolo sono solo il Capo dello Stato e il suo governo. Specie se è un esecutivo di minoranza, come il suo, dopo l’esito infausto delle politiche del 2022, che non hanno consegnato al Capo dello Stato, rieletto poco prima, la maggioranza dell’Assemblea nazionale.

Questione di fiducia

Contro le piazze in rivolta si agita la Costituzione formale. Tutto nasce dal tentativo della Premier Élisabeth Borne e del governo nominati da Macron di superare le difficoltà parlamentari sulla controversa, ma limitata, riforma pensionistica. La Costituzione permette al Primo Ministro di “impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea nazionale sul voto di un progetto di legge” che è considerato perciò “adottato”. Le opposizioni lo impediscono solo con l’approvazione di una “mozione di censura”, purché votata, nelle 24 ore seguenti, a maggioranza assoluta. L’art. 49.3 francese ricorda la nostra “questione di fiducia” (assente nella Costituzione italiana). Il governo può porla innanzi alle Camere, per legare al voto su una legge la sua stessa sopravvivenza. Se bocciata, cade la legge e cade il governo. Da noi, però, la regola è la maggioranza semplice, sia per far nascere l’esecutivo, sia per farlo cessare. E non è poco, ai fini della sua stabilità, da noi più precaria (rispetto alla Germania, dove la mozione di sfiducia costruttiva è approvata a maggioranza assoluta, come in Francia).

Parlamentarismo razionalizzato

L’art. 49.3 ha un antecedente nella questione di fiducia e nella mozione di censura previste nella Costituzione della IV Repubblica (1946-1958). Allora l’approvazione a maggioranza assoluta (sia della questione di fiducia, sia della mozione di censura) era stata prevista per rendere più stabili i governi (specie se di minoranza), che “cadevano come mosche”. Una misura di “razionalizzazione” del parlamentarismo. Nella versione oggi vigente è stato introdotto nella Costituzione della V Repubblica (1958), mantenuto pure dopo l’elezione diretta del Capo dello Stato imposta dal generale Charles De Gaulle (1962), tornata utile con l’allineamento a 5 anni del mandato presidenziale e della legislatura (2000). 

Dopo la revisione della Carta del 1958 (nel 2008), il ricorso all’art. 49.3 è stato limitato ad una sola legge e una volta per sessione parlamentare, salvo che si tratti del bilancio o del finanziamento della sicurezza sociale, sulle quali più essere usata liberamente. Sulla riforma pensionistica si è ricorsi all’art. 49.3 per la centesima volta dal 1958 (il governo Borne l’ha fatto 11 volte; il record è del Premier Michel Rocard: 28 volte in tre anni). La statistica fa sorride in confronto all’Italia. Mario Draghi ha posto la fiducia 55 volte in 15 mesi (contro le 66 di Renzi e le 51 di Monti, che pose la fiducia proprio sulla riforma delle pensioni). 59 volte (dal 1958) le opposizioni francesi hanno tentato di far cadere il governo, ma non hanno mai raggiunto la maggioranza assoluta. Neppure stavolta.

La via della giustizia costituzionale

La “forzatura” del governo Macron-Borne sulle pensioni, corretta sulla carta, ha infuocato le proteste e aperto anche un fronte giudiziario. Carta in mano, le opposizioni si appellano al Consiglio costituzionale. Lo stesso ha fatto la Premier. Macron ha rifiutato l’invito di non approvare la legge e di ricevere i sindacati, in attesa della decisione dei giudici. Da punti di vista opposti, si chiede di stabilire la costituzionalità della deliberazione. Una questione spinosa. I giudici devono dire se il progetto rientra nella categoria delle leggi di finanziamento della sicurezza sociale, per le quali valgono regole speciali. Il rebus formale copre una più rilevante questione di sostanza. Che ruolo giocherà il Consiglio costituzionale, un giudice a composizione politica non eletto dal popolo? Se riconoscesse il vizio di forma, crescerebbe la propria aurea di garante indipendente delle forme parlamentari, ma darebbe un colpo al governo Borne e al Presidente Macron. Se desse ragione all’Eliseo, invece, apparirebbe supino al potere, legittimando con la Costituzione la scelta di Macron.

Un referendum sulle pensioni

A complicare il caso, c’è pure un referendum propositivo, richiesto dall’opposizione parlamentare. Lo scopo è far confermare dai francesi la soglia dei 62 anni. Alla legittimità dei rappresentanti si vuol contrapporre quella della volonté générale diretta del popolo. Pure qui dovrà pronunciarsi il Consiglio costituzionale. Il presupposto per decidere è che la riforma non entri in vigore prima, altrimenti il referendum non potrebbe svolgersi. Il termometro della tensione si impenna. Se il referendum dovesse essere ammesso, e votato favorevolmente, potrebbe verificarsi la singolare situazione di avere due volontà opposte: quella della legge che alza a 64 anni l’età pensionabile, e quella del referendum che la mantiene a 62. Un rompicapo, che le norme e i giudici non potranno risolvere. Senza ritornare alla politica.

Costituzione formale versus Costituzione materiale

Macron si presentò alle prime elezioni presidenziali come un leader innovatore, portatore di una politica “e di destra e di sinistra”. Il politologo Marc Lazar ha definito la sua concezione dirompente, volta a fustigare i corpi intermedi, accusati di difendere interessi particolari, per ridare lustro alla Presidenza della Repubblica, svilita dai suoi predecessori. La dottrina Macron ha accelerato, non determinato, la crisi dei corpi intermedi, il deficit di rappresentanza dei sindacati, la decomposizione dei principali partiti (Socialisti e Repubblicani), la polarizzazione estrema a destra (Marine Le Pen) e a sinistra (Jean-Luc Mélenchon). Resta il problema della cesura tra legittimità e legalità, di una democrazia depoliticizzata ridotta a procedura. Costantino Mortati, un noto costituzionalista e Costituente italiano, diceva che la Costituzione è una forma di razionalizzazione della politica. La “Costituzione formale”, aggiungeva, non va separata dalla “Costituzione materiale”, dalle forze politiche e sociali dominanti. L’una rimanda all’altra e viceversa. I problemi sorgono soprattutto quando le cesure tra l’una e l’altra sono troppo larghe e non si riesce a colmarle. È quello che sta avvenendo in Francia, dove la legittimità è risolta nella legalità e quest’ultima è usata per neutralizzare la politica.

* pubblicato sul quotidiano ‘Il Domani” del 1 aprile 2023


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