L'inflation reduction act (IRA) è una legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti d'America e firmata dal Presidente Biden il 16 agosto del 2022, che prevede di mettere a budget l'astronomica cifra di 738 miliardi di dollari per il raggiungimento di una serie di obiettivi quali la riduzione dell'inflazione attraverso la riduzione del deficit, l’abbassamento dei prezzi dei medicinali, e l'incentivazione degli investimenti in energia pulita. L’estrema articolazione e complessità di questa legge rendono assai difficile offrire un’analisi esaustiva di tutte le possibili ricadute ed effetti globali. Ci limiteremo, perciò, ad una breve e idiosincratica disamina di alcuni elementi più caratterizzanti e problematici.
Per quanto riguarda la riduzione dell’inflazione, IRA prevede diversi meccanismi per contenere una serie di prezzi. Fra le molte e molto varie misure previste, vale la pena segnalare che il governo federale avrà, per la prima volta, l’autorità di negoziare i prezzi di alcuni farmaci all'interno del programma Medicare. Inoltre, le imprese farmaceutiche pagheranno delle penali a Medicare nel caso in cui alzassero i prezzi più velocemente dell'inflazione. Appare evidente l'impatto di questa legge, poiché si tratta della prima volta che il governo federale entra nella determinazione del prezzo dei medicinali.
Tuttavia, diversi modelli econometrici e illustri commentatori hanno mostrato che IRA dovrebbe avere un impatto sull’inflazione non significativamente diverso da zero nel breve periodo, e che potrebbe avere un qualche impatto nel medio-lungo periodo. Infatti, se da un lato alcuni prezzi saranno più contenuti, con ciò favorendo le famiglie, questo non sembra si possa tradurre in una diminuzione “generalizzata “ dei prezzi (cioè dell'inflazione).
Il secondo obiettivo della legge sarebbe quello legato alla riduzione dei costi dell'energia pulita per le imprese e le famiglie, che sarebbe in realtà l’obiettivo principale perseguito dalla legge. L'idea è quella di accelerare gli investimenti privati in energia pulita e di rafforzare le filiere di produzione e di approvvigionamento dei materiali strategici, il cui ruolo è cruciale per le apparecchiature elettroniche. L'effetto moltiplicatore sul sistema economico dovrebbe essere quello di associare alla crescita green la creazione di opportunità lavorative, allo stesso tempo evitando di creare deficit di bilancio (e conseguente debito). Inoltre, parte dei finanziamenti previsti dall'IRA sarebbe destinata a quelle comunità che  maggiormente hanno sofferto  i problemi dell'inquinamento. Si prevede, infatti, di dirigere il 40% dei benefici derivati dall'energia pulita proprio a quelle comunità che hanno sofferto i danni dell'inquinamento, e che hanno infrastrutture e servizi carenti.
L'amministrazione stima che IRA, insieme ad altre leggi già approvate, potrebbe ridurre le emissioni di gas serra per un ammontare pari al 40% delle emissioni del 2005 entro il 2030. In questo modo si ritiene di poter mitigare i costi sociali che sono impliciti, sia nell'inquinamento che nella transizione ecologica. Per esempio, al fine di ridurre le emissioni di gas serra da combustibili fossili, si prevede di creare o estendere crediti fiscali per imprese che producono energia da risorse rinnovabili (vento, sole, geotermico, ma, si noti bene, anche il nucleare!), senza imporre direttive top-down, ma piuttosto cercando di indurre cambiamenti virtuosi nei comportamenti dei singoli consumatori o delle imprese. Inoltre, per incentivare la riduzione delle emissioni sarebbero previsti incentivi fiscali per accelerare la transizione verso forme di riduzione dei consumi (per esempio nella forma di abitazioni più efficienti dal punto di vista termico) o per la promozione di trasporti meno impattanti, a basso o nullo utilizzo di energia fossile.
Funzionerà? Molti economisti, sostengono che IRA non riuscirà a “impedire il disastro climatico”, ma hanno sottolineato il passo avanti, che potrebbe indirizzare il sistema economico nella direzione di una riduzione delle emissioni, e verso un’economia più incline al rispetto dell’ambiente. Esistono tuttavia seri dubbi sull'entità dell’impatto di IRA, a partire da due elementi legati, da un lato, al budget complessivo impegnato dalla legge, dall'altro, all'incapacità di modificare in maniera “strutturale" il fondamentale rapporto di dipendenza dell'economia statunitense dalle energie fossili.
Per quanto riguarda il primo punto, le risorse impegnate benché assai rilevanti, appaiono decisamente sottodimensionate rispetto alla dimensione dell'economia statunitense. Infatti, lo stimolo fiscale è decisamente inferiore a quanto servirebbe per contrastare la crisi climatica che oramai sta mostrando la sua influenza negativa in tutti gli angoli del pianeta. Le stime sulla riduzione delle emissioni necessarie per mantenere entro 1,5 gradi il riscaldamento globale richiederebbero investimenti nell'ordine di alcuni punti del PIL USA. IRA prevede, invece, di mobilitare investimenti che sono ordini di grandezza inferiori (meno del 10%): è quindi difficile ipotizzare un impatto sostanziale, benché sicuramente positivo. A mo' di esempio, si consideri che le emissioni di gas serra pro-capite degli USA sono più del doppio di quelle dei paesi immediatamente vicini (i paesi europei). Quindi una diminuzione del 40% lascerebbe comunque gli USA sempre in testa a questa poco gratificante classifica.
Un secondo insieme di dubbi viene proprio dai riferimenti ai modelli teorici ortodossi, che sono la base degli strumenti di policy utilizzati. IRA utilizza strumenti indiretti, piuttosto che indirizzare la spesa in settori, località o comunità particolari. Si utilizzano quindi gli strumenti del credito fiscale, della detassazione e delle garanzie dei prestiti per incentivare comportamenti virtuosi. Questi premi pecuniari sono finanziati da una serie di tasse sui profitti monopolistici della grandi imprese (per esempio, una corporate minimum tax del 15%, ed una dell’1% sugli stock buybacks).
In questo modo si incentiva chi fa la cosa giusta senza penalizzare chi fa quella sbagliata. Perciò, una volta forniti gli incentivi adatti (cioè “giusti”), si lascerebbe fare al mercato. Si lascerebbe quindi poi alle imprese la decisione finale circa la direzione e l'intensità degli investimenti. Tuttavia, la crisi climatica richiede un cambiamento strutturale negli assetti produttivi (e non solo, basti pensare all’impatto dei modelli di consumo), che non può ovviamente venire prodotto in maniera endogena da quelle stesse imprese che sono le prime utilizzatrici e beneficiarie delle energie fossili che si dovrebbero combattere. Si noti, per esempio, che una delle provvisioni allocherebbe una quantità importante di suolo e di ambiente marino alle trivellazioni per gas e petrolio. Ovvio ritenere che in questo caso l'impatto ambientale andrebbe in senso inverso alla logica della legge.
Infine, un corollario interessante, e foriero di importanti ricadute economiche e, soprattutto, politiche, è quello relativo all’obbligo di utilizzare filiere produttive statunitensi per ottenere i finanziamenti previsti. Nell’intenzione del legislatore, si eviterebbe di fare ricorso massiccio alla dislocazione di parti della filiera produttiva all’estero, ed eventualmente si promuoverebbe la reinternalizzazione dei segmenti di attività produttiva esternalizzati. Per esempio, ciò ha già prodotto il risultato di spingere Tesla a spostare verso gli USA la gigafactory per le batterie che prevedeva di costruire in Germania. Buy American sembra essere diventato il leitmotiv.
La reazione europea ha prodotto fino ad ora soltanto poche e disunite voci, e un draft di direttiva: il Net Zero Industry Act.
Le voci sono quelle essenzialmente francesi e tedesche, che, totalizzando insieme all’Italia più del 50% della produzione manifatturiera dell’Ue, sarebbero le nazioni maggiormente interessate (leggi colpite) dall’imposizione dell’obbligo di comprare americano per le imprese statunitensi. Si sono quindi levate alcune voci importanti (una fra tutte il Presidente della Repubblica Francese) a favore di una sorta di “Buy European”.
Tuttavia, poiché una legge di questo genere richiederebbe ingenti finanziamenti che sarebbero destinati ai maggiori produttori manufatturieri, esistono forti resistenze da parte di paesi che potrebbero soffrire da un eventuale sbilanciamento dei flussi (sarebbe previsto un nuovo fondo di finanziamento, lo European Sovereignity Fund, il cui finanziamento sarebbe ovviamente fonte di discussione nel caso in cui tutta la Ue finanziasse politiche che fossero indirizzate a pochi e importanti paesi). Inoltre, l’idea di lasciare margini di spazio ai singoli stati è da alcuni paventata come una possibile corsa ai sussidi che naturalmente sarebbero, oltreché violazione dei trattati, fonte di ulteriore frammentazione interna.
Insomma, se da un lato l’idea di libero scambio di matrice OMC sembra “passata di moda”, dall’altro l’idea di aiuti all’innovazione sembra non riuscire a schiodarsi dall’uso tattico di flussi finanziari agli agenti economici per poi lasciar fare al mercato. Considerando che l’Ue è fortemente dipendente dall’estero per diversi materiali strategici, e che la costruzione di mercati interni richiede ben di più di semplici aiuti finanziari, sarebbe necessaria una visione fondata sulla creazione di vantaggi competitivi strategici di lungo periodo, tramite la creazione di una potenzialità tecno-innovativa endogena: in questo modo si potrebbe, da un lato, veramente attirare attività produttive, alla ricerca di fattori competitivi più importanti del semplice abbassamento dei costi (finanziari o del lavoro) e, dall’altro, evitare dipendenze strategiche troppo marcate.


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